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4. L'avvocato deve anche "consigliare" il proprio Cliente?

 

Certamente, se, nell'ambito del "mandato professionale" occorre assumere decisioni di carattere processuale (scegliere un rito anziché un altro, presentare al Giudice un'istanza o un documento). In vista del "mandato professionale tipico", la  "consulenza preliminare" serve, per esempio, a spiegare al Cliente la sua posizione in rapporto a ciò che prescrive la legge. In caso di conflitto fra differenti posizioni soggettive, ha anche lo scopo di identificare chi, a nostro parere, ha ragione, e chi invece ha torto.

In fin dei conti la "consulenza", che rientra nel nostro "mandato professionale tipico", non è mai fine a sé stessa, ma diretta, sia pure secondo le nostre intenzioni ed il nostro giudizio, ad escludere o prevenire una lite sbagliata oppure ad introdurre una giusta causa, oppure a "guidare" il Cliente nei meandri del processo,  e quindi rientra nel concetto già esposto nella FAQ nr. 2.

La "consulenza periodica" non va confusa con la "consulenza preliminare", la quale implica una consultazione e serve di solito a proporre il mandato professionale tipico, anche se poi questo non viene conferito.

Essendo libero, non solo il Cliente ma anche l'avvocato non è obbligato ad accettare sempre il mandato professionale e, se in esito alla "consulenza preliminare" ritiene che la causa sia ingiusta, ha il potere di rifiutarla.

In questo consiste la funzione di "filtro" svolta dall'avvocatura,che noi definiremmo (non per i guadagni, ma per la funzione) "avvocatura maggiore". 

Se un cittadino pretende una cosa ingiusta, non dovrebbe poter trovare nemmeno un solo avvocato disposto ad accettare la propria causa.

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Così è, se vi pare.  Cordiali saluti a tutti.

 

(Avv. Roberto Castellano)